World shit day

Ovvero: la giornata mondiale della cacca!

Sì perché ieri, finalmente, segno inequivocabile che la primavera si avvicina, abbiamo concimato l’orto!

La manovra è assai complessa: si tratta di caricare mucchi e mucchi di letame vecchio (che fino a ieri se ne stavano in bell’ordine a formare il famoso “castello di m…” davanti all’ovile)  sul trattore e rovesciarli nell’orto nel quale bisogna “spantecarli” in uno strato uniforme per tutta la sua larghezza e lunghezza.

Per fare questo sono stati impiegati: 3 donne, una bambina, un uomo, un trattore, tre forche, un paio di pale. I quali hanno sguazzato nel suddetto letame per tutta la giornata, spalando, inforcando, spostando, allargando.

La bambina in particolare cercava vermi nel mucchio suddividendoli in “buoni per l’orto” e “buoni per le galline” per poi fisicamente portarli a destinazione.

Lo so sembra sciocco, però, se ci si pensa bene, si vedrà un gregge di pecore che durante l’inverno sta chiuso in stalla perché c’è troppa neve per pascolare, si vedrà una stalla che si riempie di cacca ovina che viene poi rimossa da braccia forti e volenterose, si vede un mucchio di cacca che matura per un anno, riposando tra due ciliegi riempiendosi di lombrichi. Si vedrà poi una bambina che fa il lavoro che di solito fanno degli orridi prodotti chimici, ovvero rimuove i parassiti e li da in pasto ai polli, salvando le verdure, ingrassando i polli e risparmiandoci i prodotti chimici. Con le sue manine veloci e sapienti.

Si vedrà infine un orto rigoglioso che grazie a quella cacca nutre una famiglia allargata per quasi un anno.

Questo è ciò che vedo io quando spalo letame, e per me è una festa.

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Quindi BUONA FESTA DEL LETAME A TUTTI!!!

P.S. : per chi fosse perplesso, sappiate che, quassù, scambiamo rimorchi di letame per tartufi. Giusto per dare un’idea di quanto possa valere!

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Buona avventura, amica.

Cara amica che stai per partorire,

ti scrivo perché mi sento di dirti un paio di cose prima che tu parta per la tua missione.

Quando stavo per partorire io, avevo 4 libri sul parto sul comodino e non li ho mai neppure sfogliati, quindi, ecco, non sono una fautrice dei consigli pre parto. Perché il parto è un’esperienza intima e personale e non mi sembrava il caso di farmi i fatti degli altri.

Però ora che sono qui che aspetto che tu entri nel tunnel di quelle poche ore di delirio che ti cambieranno la vita, non riesco a non dirti nulla. Voglio dirti solo due cose, quelle che hanno aiutato me in quelle ore.

Ah, e se non vuoi leggerle sappi che non mi offendo, d’altra parte io non le avrei lette.

La prima cosa è che partorire fa male, e questo lo dicono e lo sanno tutti. Quello che a me non ha mai detto nessuno è che quel dolore è il tuo unico alleato nella lotta per far nascere tuo figlio.

Un mucchio di gente parla di come combattere il dolore, di come vincere il dolore, di come cercare di non sentire il dolore. Ma io credo che questa non sia la strada giusta. E’ grazie a quel dolore che tuo figlio viene al mondo, che il miracolo si compie. Quello è un dolore meraviglioso.

Una volta che lo senti non puoi più scappare: aumenterà e aumenterà, una contrazione dopo l’altra e ti porterà per mano a conoscere il tuo bimbo. Senza quel male non se ne fa nulla.

Il consiglio è: abbandonati a quel male, lasciati portare, non lottare contro di lui, anzi! Desideralo con tutte le forze e veneralo quando l’onda arriva perché ad ogni onda sarai più vicina al miracolo.

Ti sembrerà impossibile, ti sembrerà umanamente insopportabile, penserai che nessun altra può aver sofferto così tanto, che c’è qualcosa che non va. Ma non sarà così. Devi avere fiducia nel tuo corpo e lasciarti portare. Abbiamo la fortuna di essere attorniate da ostetriche e medici che non lasceranno a nessun costo che qualcosa vada storto, puoi e devi abbandonarti e concederti al mare in tempesta, che non ti lasceranno annegare!

La seconda cosa è questa: arriverà un momento, durante il tuo viaggio, nel quale penserai: “Non ce la faccio più, ora muoio.” E’ successo a me e a quasi tutte le altre donne con  cui ho parlato di questo.

Ovviamente non è vero, non lasciarti ingannare.

Quello è il momento in cui ce la farai e darai tutto ciò che hai, perché ne avrai ancora, di energie, nascoste in fondo al cuore, anche se non lo sai.

Quelle sono le energie più preziose, quelle che fanno tutto il lavoro. In quel momento ti sembrerà di voler mollare, ma il male non te lo permetterà.

Ricorda: quando sentirai quella sensazione di resa, di disperazione, quello è il momento in cui si gioca la partita. E voi vincerete, tu e tuo figlio.

Spero di essere lì con te a vedere il frutto meraviglioso delle tue fatiche.

Buona avventura, amica.

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Cucciolanza

Era una calda sera di agosto alla Fattoria.

Come spesso capita d’estate eravamo in 20 a mangiare, fuori, sull’aia. C’era la musica, chiacchiere, confusione, bambini che correvano, adulti che ridevano. E una cagnona panzuta che ansimava sdraiata in mezzo al piazzale.

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Itaca era incintissima, aveva una pancia enorme e ci aspettavamo che partorisse a giorni. Le avevamo preparato la solita cuccia con la paglia e la coperta proprio accanto a casa, la stessa in cui aveva partorito le altre 3 volte.

Mentre servivo il dolce la vidi che si alzava dalla sua postazione e, con passo lento e ciondolante, la pancia che ondeggiava sotto di lei, si avviava verso il bosco.

“Starà andando a fare pipì…” Pensai.

Mentre chiacchieravo, però, lanciavo occhiate furtive verso il bosco aspettandomi di vederla tornare da un momento all’altro. E invece lei non tornava.

Ad un certo punto non ce la feci più, mi alzai ed andai a cercarla. Nella cuccia non c’era, nella stalla nemmeno. La chiamai un paio di volte col mio fischio speciale da “se arrivi subito ti do il wurstel” ma nulla. Arrivò Taro, il suo compagno, ma di lei nessuna traccia.

A quel punto lo dissi a tutti e costrinsi tutti i presenti a cercarla. Con pile, wurstel e fischi vari partimmo alla ricerca nel bosco buio. Ma nulla.

A mezza notte me ne andai a letto divorata dall’ansia, cercando di dissimulare per non ammorbare la piccola Raia, allora treenne.

Quella notte sognai montagne di cuccioli, mari di sangue e muffin glassati. (Sì lo so che i muffin glassati non c’entrano nulla ma io li ho sognati lo stesso).

La mattina dopo, appena si fece chiaro, mi catapultai fuori di casa per riprendere le mie ricerche. Ma non appena fui fuori Taro mi venne incontro con la sua inconfondibile “faccia da parto”. Quella che di solito aveva quando partorivano le pecore, cosa che gli dava immensa gioia.

Lui mi guardava, mi scodinzolava e mi faceva inconfondibili cenni di seguirlo. Proprio come quando partorivano le pecore. Però, invece che andare verso l’ovile, questa volta andava verso il fienile grande.

“Aspetta un attimo!” feci 2 + 2 “Faccia da parto + fienile =….. Itaca!!!!”

Mi misi a correre giù per la discesa, con le lacrime agli occhi, rischiando di uccidermi vista la mia incredibile agilità,  Taro correva davanti a me facendo salti, scodinzolando e guardandomi con le orecchie a raviolo.

Ed eccola là, in un buco scavato per terra, sotto il cemento del fienile, Itaca con… 1, 2, 3,…. 10 cuccioli!!!

Tutti sani e vitali che ciucciavano soddisfatti, solo un po’ impolverati.

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Che emozione, e che sollievo!

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Cuccioli, 1 giorno, trasferiti nel box con paglia e ripuliti.

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Cuccioli, 20 giorni circa

I cuccioli sono poi cresciuti grandi e forti e hanno trovato tutti delle ottime famiglie con cui stare. 

In qualità di “prima mamma” di ormai più di 40 cuccioli mi sento di raccomandare a tutti coloro che accolgono un cane nella loro famiglia, di prendersene cura dal primo momento al meglio che possono rispettando le sue esigenze e le caratteristiche specifiche della razza.

Se avete un cucciolo nuovo di pacca e avete bisogno di aiuto e sostegno visitate il sito de  “Il mese del cucciolo” , dove troverete un sacco di consigli utili, assicurazione per il cucciolo gratuita per 9 mesi e altre cose interessanti come la App. “il mio cucciolo” che vi ricorderà quando portarlo dal vet per i vaccini!

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Cuccioli, 2 mesi, pronti per le nuove famiglie!

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Ascoltate chi ci vive

Pochi giorni fa, a Rocca Susella, Oltrepò Pavese, sono state predate e uccise 39 pecore.

Anna Brangi, dell’ufficio faunistico della Provincia di Pavia, ha attribuito la predazione ai lupi (probabilmente due adulti ed un cucciolo) in quanto ne sono state trovate le impronte sul posto, inoltre i lupi erano stati avvistati in precedenza nella zona. (Video)

Dopo sei giorni, il 12 febbraio, è uscito un articolo sulla Provincia Pavese, nel quale Gilberto Pacchiarotti del Wwf Oltrepò mette in dubbio il parere della signora Brangi sostenendo che la strage non sia stata attuata dai lupi bensì da cinghiali e cani selvatici. (Articolo)

Ora, è noto ai più che i cinghiali non siano predatori (essendo onnivori si nutrono anche di animali già morti, ma di certo non ne uccidono, di certo non 40 pecore). E’ inoltre noto a noi che viviamo in zona che non siano MAI stati avvistati in zona cani selvatici, mentre sono stati avvistati più volte i lupi.

Sappiamo , anche grazie agli studi approfonditi di “Progetto Lupo” che di lupi ce ne sono. Negarne la presenza non aiuta certo a risolvere il problema.

Se si vogliono risolvere questioni concrete, occorre guardare in faccia la realtà. E per guardare in faccia la realtà è necessario innanzitutto vederla il più possibile da vicino. E chi meglio degli abitanti del territorio può vedere e giudicare?

Eppure sulla parola di allevatori e agricoltori non si fa mai affidamento, i media danno spazio solo alla voce di chi le cose le ha studiate sui libri ma vive altrove.

Noi, che viviamo ogni giorno questi territori, e che non solo sappiamo molto bene di cosa si parla, per esperienza diretta, ma ci siamo anche documentati approfonditamente, siamo stanchi di leggere in continuazione cattiva informazione volta a confondere le idee dei lettori pur di far guadagnare punti alla causa “pro-lupo”.

Ne abbiamo abbastanza di questo gioco sporco ed infantile portato avanti sulle nostre spalle che tende a farci fare la parte dei carnefici, dei persecutori, la parte di quelli contro il lupo.

Questo è il gioco che ha portato gli allevatori all’esasperazione: questo continuo negare l’evidenza, ridicolizzare, sminuire, ha fatto in modo che persone oneste perdessero la testa e compissero gesti inconsulti ed estremi, pur di far sentire la propria voce. Sono riusciti a farci fare la parte dei cattivi.

Noi non siamo contrari al lupo, sarebbe da pazzi al giorno d’oggi, con le nostre consapevolezze. Noi chiediamo solo che vengano adottate dai nostri politici delle misure efficaci per tutelare la popolazione dai predatori. Perché, quelle adottate finora, mi sembra chiaro che non funzionino!

Ci hanno detto, quasi ridendo, che bastava mettere le pecore nelle reti elettriche di notte, che i lupi non hanno il coraggio di sfondarle. Hanno detto a tutti che era colpa nostra che non proteggevamo le nostre pecore. Ebbene, a Rocca Susella le pecore erano nella rete elttrica, eppure sono bastati due giri ai lupi per farle spaventare al punto da farle scappare travolgendo la rete e, una volta fuori, le hanno uccise.

Questo, noi allevatori, l’avevamo previsto, perché noi conosciamo i nostri animali, sappiamo come si comportano. Questa è la dimostrazione che questi tecnici parlano senza esperienza diretta, perché se solo avessero vissuto qualche mese con una pecora l’avrebbero potuto prevedere anche loro anziché trattarci come mentecatti e prendersi gioco di noi.

Non vogliamo sterminarli, vogliamo solo poterci difendere, poter avere leggi che tutelino anche noi oltre che loro.

Come scrive giustamente Giorgio Alifredi in questo bellissimo articolo:

“Il lupo è un carnivoro predatore che sceglie la sua preda  in base alla convenienza, Ora, da quando sono disponibili armi da fuoco, l’uomo ha contrastato la predazione del lupo sparando. L’intento deve essere di far comprendere al lupo nell’unico modo tecnicamente possibile che il bestiame domestico non è mai una preda conveniente! Sull’esempio di quanto accade in altre aree geografiche extraeuropee dove si convive tradizionalmente con i lupi ed anche di quanto si sta già sperimentando in alcune zone delle Alpi francesi dove il Prefetto ha concesso di pascolare armati (con primo sparo in aria).”

Io so che c’è qualcuno laggiù che legge ciò che scrivo, per piacere, voi laggiù che leggete, quando vi capiterà di parlare di questo argomento con i vostri amici, parlate di questo. Fate sapere alla gente come stanno le cose.

Grazie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La vita è abbagliante

Forse dovevo fare un blog fotografico.

Forse non sono assolutamente in grado di rendere l’idea di quello che accade quassù, dei paesaggi, dei silenzi, degli spiriti che aleggiano.

Forse con la fotografia potrei riuscirci meglio, ma ancora mancherebbe il “di dentro” , ciò  che sta dentro al cuore che per osmosi passa da dentro a fuori, da fuori a dentro e non sai più se quelli che vedi nel bagliore del sole siano i tuoi sentimenti .

Nel dubbio comunque le foto le ho fatte.

E sempre nel dubbio due parole le scrivo.

Oggi abbiamo fatto la prima uscita di sci alpinismo di famiglia. In realtà non so se si possa definire così perché l’unico con gli sci e le pelli di foca era il Teo. Raia aveva i doposci e gli scarponi nello zaino, gli sci glieli ha portati su il papà. Io ero con le ciaspole che mi danno quel senso di solidità e sicurezza che agli sci manca del tutto.

Abbiamo camminato in silenzio fino in cima, col fiato corto e il caldo che si trasformava in freddo gelido appena toccato dall’aria, chiedendoci ad ogni passo se era proprio il caso.

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 Ma poi  siamo arrivati in cima e abbiamo guardato il mare fiammeggiante con le sue barche, abbiamo inspirato a fondo e ci siamo sentiti gli essere viventi più fortunati della terra.

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Le bestie, in un modo o nell’altro, ci sono sempre…

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Cinghiale

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Tasso

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Lupo

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Compassione

Due notti fa ha partorito una pecora, si chiama Birra, è una bella pecora grande. Fa sempre gemelli, ad ogni parto, ed anche questa volta due gemelli.

Solo che ogni volta uno lo scarta. Decide che non lo vuole.

Il piccolo la riconosce come mamma, la cerca, le bela, cerca di tettare, ma lei lo respinge con una testata. E più lui è insistente più la testata è forte. L’altro agnello viene leccato, annusato, belato, seguito, invogliato a ciucciare. Mentre questo viene solo respinto.

Se lasciassi che le cose vadano lui morirebbe di fame. Si metterebbe in un angolo e morirebbe di fame.

Molti mi hanno detto: “Sarà malato, sarà per quello che la mamma non lo vuole, le mamme lo sanno”.

Ma no, non è malato: altri 2 agnelli sono stati scartati come lui dalla stessa mamma (e molti altri dalle altre) e poi sono cresciuti sani e forti col biberon.

Altri mi dicono: “La mamma non avrà latte abbastanza per tutti e due!”

Ma nemmeno questo è vero perché se, dopo che ha mangiato l’altro agnello, io mungo la pecora e do il latte all’agnello respinto,  ne avanza ancora per la mia colazione.

Quindi no, non ci sono buone ragioni, Birra sta condannando a morte suo figlio senza alcuna ragione. Per la terza volta consecutiva.

Ormai sono grande, ormai so come vanno le cose, ma ogni volta mi viene il torcibudella a vedere quella mamma scegliere arbitrariamente un figlio e poi scaraventare l’altro come se fosse un estraneo.

Ma questo serve a ricordarmi, ogni tanto, che in questo noi dovremmo distinguerci dagli animali: nella compassione.

E così prendiamo la compassione a due mani, pronte a passare ore nell’ovile, a riempirci di paglia, meconio e bava di agnello e partiamo per la nostra missione.

Leghiamo la pecora ed aiutiamo l’agnello abbandonato a ciucciare il colostro . Magari la mamma si ravvedrà e lo lascerà ciucciare, altrimenti si passerà al biberon.

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E spesso lei è molto più compassionevole di me…

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Graziato dal bosco

Ogni giorno aspettiamo la neve.

Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo di sole.

L’inverno è alle porte, si sente nell’aria, si annusa nel vento.

Andiamo nel bosco a fare legna per il prossimo inverno, anzi per quello ancora successivo, la legna vecchia brucia meglio perché è asciutta. Matteo è previdente, forse troppo. Ma in realtà non credo si possa essere troppo previdenti.

La legna  è faticosa, ma è meglio che pagare il gas per il riscaldamento.

 Matteo e Raia affilano le motoseghe la sera prima, come un rituale, in ginocchio per terra, accanto alla caldaia. Matteo lavora, Raia osserva. E’ scuola anche questa, tutto serve.P1050546

Il bosco è profumato, è accogliente, la terra è calda sotto gli alberi ormai quasi spogli. Solo le roveri mantengono salde le loro foglie, nemmeno tutte secche.

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Prima di iniziare respiriamo a fondo, ci guardiamo intorno, Matteo studia quali piante tagliare per prime, prepara gli attrezzi e si veste: casco, pantaloni antitaglio, guanti. Penso alle vestizioni dell’Iliade. Anche lui sta partendo per una missione, la missione che porterà a scaldare la sua casa e la sua famiglia.

Il silenzio, la concentrazione, la precisione dei gesti mi affascinano.

Quando avvia la motosega, finisce la quiete. E’ iniziata la battaglia e il ritmo è serrato.

Io sono il suo scudiero. Gli sto accanto e gli passo ciò che gli serve, gli tendo una mano o una corda quando ha bisogno. Gli prendo una motosega e gli passo l’altra. Pulisco dai sassi il tronco che deve tagliare.

Ogni tanto la motosega si incastra nel taglio, allora vado prendere i cunei e il martello per allargare la spaccatura e poterla liberare.P1050571

Io amo questo lavoro, io e Matteo orma siamo un’ottima squadra, tagliamo, lui con la motosega, io col potatoio, leghiamo, spostiamo, accatastiamo. Siamo veloci e precisi, ci muoviamo insieme, ci capiamo al volo. Facciamo fatica ma cerchiamo sempre di farne meno all’altro prendendo ognuno per sé il lavoro più faticoso. Entrambi pensiamo, nel silenzio delle parole, che finchè i nostri corpi ce lo permetteranno, ogni anno faremo la legna per la nostra casa; finchè potremo faremo da noi.

Ogni coppia trova comunione in qualcosa, noi la troviamo nel far legna.

Il bosco freme ad ogni pianta che si schianta a terra con fragore assordante. Senza volerlo stringo le mani ogni volta.

Le vibrazioni della motosega sui tronchi, attraverso le radici, si propagano al terreno. Tutto è scosso.

Dall’alto si stacca un masso, alto quanto me, e rotola a valle. Passa ad un metro da Matteo che sta tagliando.

Il bosco ha fatto la sua mossa, il sangue mi si gela nelle vene. Come un avvertimento divino, ci dice, il bosco, che siamo lì a prendere legna solo per sua gentile concessione, che le nostre vite sono nelle sue mani.

Un secondo, un istante, e il pericolo è passato, il masso è già più a valle ed ha risparmiato la mia metà.

Il termine “paura” non è esaustivo, per quell’istante.

Matteo finisce di tagliare, come se non fosse capitato a lui di essere stato graziato dal bosco.

Prima si andare via, però, ringrazia in silenzio.

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