Allevamento Etico

Io capisco chi decide di smettere di mangiare carne e prodotti di origine animale, coloro che si battono affinchè gli animali stiano bene e vengano trattati con rispetto.

Apprezzo chiunque combatta la sua battaglia con grinta e determinazione. Poi ognuno sceglie la sua, di battaglia, ognuno si dedica a ciò che sente più importante per sé. C’è chi si batte per la pace nel mondo, chi per salvare la foresta amazzonica o le donne vittime di uomini violenti, chi si dedica ai bambini in difficoltà e chi agli animali in difficoltà.

Ripeto: ognuno sceglie la propria battaglia ed io le rispetto tutte, tutte quelle che vengono combattute col cuore.

Quando si va in battaglia, però, bisogna essere astuti, usare la testa, la logica, se si vuole raggiungere un obiettivo. E la prima cosa è prefiggersi un obiettivo raggiungibile, perché, se si punta troppo in alto, si rischia di non muovere nemmeno un passo.

Partire da questa società tradizionalmente, profondamente, onnivora e chiedere che si smetta globalmente di mangiare carne e prodotti di origine animale, non è verosimile, non porta ad alcun risultato. Soprattutto perché, guardandosi intorno, si vede questa battaglia portata avanti spesso (per fortuna non sempre) con prepotenza, maleducazione, insulti.

Sappiamo tutti che la maggior parte della carne che consumiamo è di animali che hanno vissuto una vita infernale e una morte atroce, animali che hanno vissuto rinchiusi, maltrattati, snaturati, in allevamenti intensivi che riforniscono la grande distribuzione. Ed io sono la prima a battermi affinchè questo tipo di allevamento cessi di esistere.

E per questo allevo. Allevo in montagna, animali liberi, che vivono tutta la vita esattamente come la loro natura richiede. Insomma, ho un Allevamento Etico.

Questo significa che il ristorante della valle che ogni anno compra due agnelli perché comunque nel suo menù c’è l’agnello e non lo toglierà mai e poi mai, invece che comprare agnellini da latte provenienti da un allevamento intensivo in cui passano la vita rinchiusi in stalla, vengono maltrattati, malnutriti e riempiti di farmaci per evitare che si ammalino a causa delle carenti condizioni igieniche, comprerà agnelli che hanno vissuto liberi, saltellando al sole coi loro fratelli e le loro madri per tutta la loro (seppur breve) vita. Così avremo due agnelli che hanno vissuto bene anziché due agnelli che hanno vissuto male.

Un esempio simile posso farlo per le uova: le galline ovaiole della produzione industriale vivono tutta la vita in una gabbia grande poco più di loro; quando vediamo la dicitura “allevate a terra” significa che non sono in gabbia ma sono in capannoni con illuminazione artificiale, talmente ammassate che lo spazio pro capite è comunque uguale a quello che avrebbero in gabbia. Quando vediamo la dicitura “allevate all’aperto” significa sì, che stanno all’aperto, ma sempre comunque ammassate, schiacciandosi e beccandosi le une con le altre, in una situazione di perenne stress.

Le mie galline vivono libere, per i prati, pascolando e rotolandosi nella terra. Depongono uova ogni giorno senza l’uso di mangimi, e le lasciano lì, che se non le prendo io le prendono le faine. Così le prendo io.

La gastronomia della valle, che consuma 36 uova a settimana (la produzione media di circa 6 galline), se le compra da me, non le compra da un allevamento intensivo. Così ho salvato 6 galline da una vita di stenti e patimenti. Le ho salvate offrendo un prodotto alternativo, rispettoso dell’animale. Non le avrei mai salvate da questa vita atroce se avessi semplicemente chiesto alla gastronomia di smettere di usare uova.

La stessa cosa vale per il latte, i formaggi, il salame, la lana,…

Io credo in quello che faccio, ci credo profondamente, e combatto ogni giorno per la battaglia che ho scelto. Mi batto per il benessere dei miei animali pagando con la fatica e a volte la salute, ma senza insultare nessuno, senza rabbia, senza prepotenza. Semplicemente faccio ciò che ritengo giusto e cambio il mio piccolo pezzetto di mondo.

A chi mi dice che lo faccio per soldi, rispondo solo “AhAhAhAh, soldi!!!”, in quanto è chiaramente una battuta: a fare questo lavoro guadagno meno della metà di un impiegato di call center, quindi lasciamo perdere i soldi.

Detto tutto questo non riesco davvero a capire chi, avendo a cuore il benessere degli animali, se la prende con me e la mia fattoria.

Perché comunque poi gli agnelli li uccido? Certo, capisco.

Ora, non voglio soffermarmi sul fatto che se non traessi un minimo di guadagno da queste pecore (vendendo gli agnelli), non potrei mantenerle e quindi si estinguerebbero (sono già a rischio di estinzione), e non voglio nemmeno parlare del fatto che se le mangiassero i lupi farebbero una fine molto più atroce di quella che gli faccio fare io (ed io l’ho VISTO coi miei occhi, e non so in quanti possano dire una cosa simile, quindi preferirei davvero non discutere su questo).

Voglio solo chiedere: perché prendere di mira uno dei pochi, piccoli, allevamenti in cui gli animali vivono bene, anziché un “allevamento lager”?

Qual è l’obiettivo? Ma soprattutto quale obiettivo viene RAGGIUNTO?

 

 

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