Il cuore nel bosco

E’ sera, quel momento in cui il sole è già tramontato ma il cielo non è ancora nero, è indaco. Che poi l’indaco pare che nemmeno esista, però è il colore che mi piace di più.

Siamo partiti dalla Fattoria a metà pomeriggio, siamo arrivati fin sui pascoli col fuoristrada ed abbiamo fatto l’ultimo pezzettino a piedi; abbiamo portato le tende, i sacchi a pelo, il cibo. Abbiamo montato il campo ed acceso il fuoco, piccolo, discreto, giusto per cuocere la nostra cena, con la legna secca trovata intorno, così abbiamo anche pulito i prati.

Abbiamo riso e scherzato, cantato e raccontato storie, corso intorno al fuoco e fatto capriole nell’erba.

Poi ognuno è andato a fare la pipì dietro un suo cespuglio, ed ognuno è entrato nel suo sacco a pelo, prima che fosse troppo buio e il bosco diventasse troppo minaccioso: dobbiamo tenercelo amico.

Ora Venere brilluccica tremula all’orizzonte e la brezza della sera fa danzare le foglie.

“Bambini, se ora fate silenzio, potete sentire le voci del bosco…” Abbiamo vociato abbastanza per oggi, qui c’è un intero mondo da ascoltare.

I bambini tacciono, curiosi.

“Ehi, senti” sussurra uno “c’è un cane che abbaia!”

“Non è un cane, è un capriolo!”

“Ma… quello era un grugnito?!” bisbiglia un altro.

“Sì! Ci sono molti cinghiali qui!”

“Ma i cinghiali non sono pericolosi, vero?”

“No, non verranno a disturbarci.”

“Io sento ululare…” sento una vocina tremula.

“Si, ci sono i lupi su queste montagne…”

“Ma non vengono qui, vero?”

“No, non vengono, sentono la nostra puzza e stanno ben lontani.”

La notte scende, pian piano, appaiono le stelle una ad una. Nessuno dei bambini ha voluto dormire fuori dalla tenda con me. La tenda protegge e racchiude, fa sentire al sicuro, come in una tana, il bosco è ancora troppo grande per dormirci, loro sono piccoli.

Ma con le orecchie escono dalla tenda e ascoltano, il bosco gli entra dentro e mette radici, e forse un giorno crescerà se glielo permetteranno.

Io ora ascolto loro che parlano piano, in un soffio, guardando le lucciole confondersi con le stelle.

“Senti? C’è il fiume che scorre, quello dove siamo andati a fare il bagno ieri…”

“Sì, e c’è anche un po’ di vento, le foglie fanno rumore”

“Ehi, sentite? Lo sentite anche voi questo rumore leggero? … e’ il mio cuore! Sento il mio cuore… a casa non l’avevo mai sentito…

Buona notte, ragazzi, vi auguro di non dimenticarvi mai di far silenzio un attimo per ascoltare il vostro cuore, ora che l’avete sentito.

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Piccoli

Oggi voglio parlarvi dei “Piccoli”, i piccoli che per me vanno dai 3 ai 5 anni (ovvero i più piccoli tra gli ospiti della fattoria).

Non posso nascondere che la mia preferenza va sempre ai piccoli, sono quelli con cui mi diverto di più, sono quelli che non mi stufano mai e non mi fanno mai arrabbiare.

Sarà anche che quelli che approdano qui sono piccoli speciali perché figli coraggiosi di genitori coraggiosi che affrontano il mondo con fiducia e col sorriso.

Non è facile per i genitori di un 3enne (anche 4enne e 5enne) affidare il proprio pargolo che probabilmente non sa ancora allacciarsi le scarpe da solo e tagliarsi la carne o riconoscere i propri vestiti, a degli sconosciuti per una settimana. Settimana per altro molto intensa e piena di cose nuove anche per i genitori.

Infatti la maggior parte dei genitori ritiene che sia troppo presto per mandare i figli in vacanza da soli ed aspetta i 7-8 anni.

Ma alcuni ci sono, che impacchettano i figli con i loro averi e me li recapitano quassù, con qualche raccomandazione in più rispetto ai grandi, magari un paio di pannolini per la notte “che non si mai”, genitori la cui più grande prodezza consiste nel far fronte agli attacchi incrociati dei nonni che pronosticano tragedie, genitori che mi lasciano un pezzo di cuore ostentando sorrisi e che poi magari si mettono a piangere appena saliti in macchina. (Lo so perché l’ho fatto anch’io!!!).

Ecco, intanto voglio ringraziare questi genitori per la fiducia che mi danno, perché so che non è facile.

Detto ciò mi ritrovo qui con questi piccoletti che non arrivano al rubinetto, che bisogna sollevarli per fargli vedere le cose (almeno pesano pochissimo!), che bisogna aprirgli il dentifricio e rimboccargli le coperte e lasciargli la lucina accesa. Questi sono i migliori.

Arrivano con le loro convinzioni e tutta la loro piccola grande forza, le loro strategie di sopravvivenza, il loro stupore, ed io ne rimango affascinata. Li guardo appaiare i calzini, mettere a letto l’orsacchiotto e consolare il compagno col magone, vedo la loro empatia e trasparenza e mi chiedo come mai scompaiano durante la crescita.

Affrontano quest’avventura con determinazione e trasporto, sono microscopici davanti ai cavalli, perfino davanti alle pecore, eppure li guardano negli occhi, impauriti o spavaldi, ma sempre disposti a provare. Io li accompagno, spingo il limite un po’ più in là, li aiuto a scoprire che possono fare un sacco di cose che non ritenevano possibili. Possono stare in piedi su un cavallo, possono cavalcare ad occhi chiusi e senza mani, possono camminare a piedi nudi nell’erba, possono attraversare il fiume e dormire nel bosco, al buio circondati da versi degli animali e non solo sopravvivere ma perfino divertirsi.

Beh, insomma, io vivo di questo, vivo per questo, grazie “piccoli”!

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Allevamento Etico

Io capisco chi decide di smettere di mangiare carne e prodotti di origine animale, coloro che si battono affinchè gli animali stiano bene e vengano trattati con rispetto.

Apprezzo chiunque combatta la sua battaglia con grinta e determinazione. Poi ognuno sceglie la sua, di battaglia, ognuno si dedica a ciò che sente più importante per sé. C’è chi si batte per la pace nel mondo, chi per salvare la foresta amazzonica o le donne vittime di uomini violenti, chi si dedica ai bambini in difficoltà e chi agli animali in difficoltà.

Ripeto: ognuno sceglie la propria battaglia ed io le rispetto tutte, tutte quelle che vengono combattute col cuore.

Quando si va in battaglia, però, bisogna essere astuti, usare la testa, la logica, se si vuole raggiungere un obiettivo. E la prima cosa è prefiggersi un obiettivo raggiungibile, perché, se si punta troppo in alto, si rischia di non muovere nemmeno un passo.

Partire da questa società tradizionalmente, profondamente, onnivora e chiedere che si smetta globalmente di mangiare carne e prodotti di origine animale, non è verosimile, non porta ad alcun risultato. Soprattutto perché, guardandosi intorno, si vede questa battaglia portata avanti spesso (per fortuna non sempre) con prepotenza, maleducazione, insulti.

Sappiamo tutti che la maggior parte della carne che consumiamo è di animali che hanno vissuto una vita infernale e una morte atroce, animali che hanno vissuto rinchiusi, maltrattati, snaturati, in allevamenti intensivi che riforniscono la grande distribuzione. Ed io sono la prima a battermi affinchè questo tipo di allevamento cessi di esistere.

E per questo allevo. Allevo in montagna, animali liberi, che vivono tutta la vita esattamente come la loro natura richiede. Insomma, ho un Allevamento Etico.

Questo significa che il ristorante della valle che ogni anno compra due agnelli perché comunque nel suo menù c’è l’agnello e non lo toglierà mai e poi mai, invece che comprare agnellini da latte provenienti da un allevamento intensivo in cui passano la vita rinchiusi in stalla, vengono maltrattati, malnutriti e riempiti di farmaci per evitare che si ammalino a causa delle carenti condizioni igieniche, comprerà agnelli che hanno vissuto liberi, saltellando al sole coi loro fratelli e le loro madri per tutta la loro (seppur breve) vita. Così avremo due agnelli che hanno vissuto bene anziché due agnelli che hanno vissuto male.

Un esempio simile posso farlo per le uova: le galline ovaiole della produzione industriale vivono tutta la vita in una gabbia grande poco più di loro; quando vediamo la dicitura “allevate a terra” significa che non sono in gabbia ma sono in capannoni con illuminazione artificiale, talmente ammassate che lo spazio pro capite è comunque uguale a quello che avrebbero in gabbia. Quando vediamo la dicitura “allevate all’aperto” significa sì, che stanno all’aperto, ma sempre comunque ammassate, schiacciandosi e beccandosi le une con le altre, in una situazione di perenne stress.

Le mie galline vivono libere, per i prati, pascolando e rotolandosi nella terra. Depongono uova ogni giorno senza l’uso di mangimi, e le lasciano lì, che se non le prendo io le prendono le faine. Così le prendo io.

La gastronomia della valle, che consuma 36 uova a settimana (la produzione media di circa 6 galline), se le compra da me, non le compra da un allevamento intensivo. Così ho salvato 6 galline da una vita di stenti e patimenti. Le ho salvate offrendo un prodotto alternativo, rispettoso dell’animale. Non le avrei mai salvate da questa vita atroce se avessi semplicemente chiesto alla gastronomia di smettere di usare uova.

La stessa cosa vale per il latte, i formaggi, il salame, la lana,…

Io credo in quello che faccio, ci credo profondamente, e combatto ogni giorno per la battaglia che ho scelto. Mi batto per il benessere dei miei animali pagando con la fatica e a volte la salute, ma senza insultare nessuno, senza rabbia, senza prepotenza. Semplicemente faccio ciò che ritengo giusto e cambio il mio piccolo pezzetto di mondo.

A chi mi dice che lo faccio per soldi, rispondo solo “AhAhAhAh, soldi!!!”, in quanto è chiaramente una battuta: a fare questo lavoro guadagno meno della metà di un impiegato di call center, quindi lasciamo perdere i soldi.

Detto tutto questo non riesco davvero a capire chi, avendo a cuore il benessere degli animali, se la prende con me e la mia fattoria.

Perché comunque poi gli agnelli li uccido? Certo, capisco.

Ora, non voglio soffermarmi sul fatto che se non traessi un minimo di guadagno da queste pecore (vendendo gli agnelli), non potrei mantenerle e quindi si estinguerebbero (sono già a rischio di estinzione), e non voglio nemmeno parlare del fatto che se le mangiassero i lupi farebbero una fine molto più atroce di quella che gli faccio fare io (ed io l’ho VISTO coi miei occhi, e non so in quanti possano dire una cosa simile, quindi preferirei davvero non discutere su questo).

Voglio solo chiedere: perché prendere di mira uno dei pochi, piccoli, allevamenti in cui gli animali vivono bene, anziché un “allevamento lager”?

Qual è l’obiettivo? Ma soprattutto quale obiettivo viene RAGGIUNTO?

 

 

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Mio figlio non mangia

Ho deciso, piano piano, di ripubblicare i miei articoli che albergavano prima su un’altra piattaforma.
Li pubblicherò in base alle occasioni che mi si presentano di affrontare i diversi argomenti.
Oggi partiamo coi bambini inappetenti.

Molte volte incontro genitori che mi dicono che i figli non mangiano o che mangiano solo poche particolarissime cose; in 10 anni di “vacanze in fattoria” una sola volta (su circa 250 bambini totali passati di qui) ho trovato un bambino che davvero si sarebbe lasciato morire di fame se non avessimo esaudito i suoi desideri in fatto di cibo. In tutti gli altri casi i bambini in questione si sono rivelati al massimo un po’ schizzinosi ma nulla di preoccupante. Eppure i genitori erano preoccupatissimi.
L’alimentazione pare essere uno dei nodi fondamentali delle famiglie italiane. Bambini inappetenti per ogni dove. Eppure dobbiamo nutrirci per vivere e ognuno di noi ha un suo istinto di sopravvivenza, e più si è piccoli più l’istinto è forte (succhiare è l’unica cosa che sappiamo fare quando nasciamo!). Quindi perché noi genitori ci convinciamo che nostro figlio possa digiunare fino a procurarsi una qualche infermità? Perché non abbiamo fiducia nella natura? Prima (prima di Raia s’intende) potevano dirmi che parlavo così perché non avevo figli, ma ora no, io con Raia applico lo stesso principio che predicavo prima: “Quando avrà fame mangerà, e se non è oggi sarà domani!”. Il risultato è che Raia di solito mangia come un bufalo, ma se un giorno è inversa e non tocca cibo di certo non la rincorro con la minestra! Mangerà domani e nel frattempo non morirà di fame.
Sembra una stupidaggine ma ormai ho capito che la maggior parte dei problemi alimentari dei piccoli (naturalmente quelli che in realtà problemi non sono, per quelli gravi ahimè serve un dottore) si risolve così: lasciando fare, senza tensioni.
Tavolata di 17 bambini, albergo “da Rico” pranzo del primo giorno, bambini appena arrivati.
Bimba è seduta accanto a me, minuta, dolce, sorridente, 6 anni.
La mamma e il papà separatamente mi hanno detto che Bimba non mangia, se mangia mangia pochissimo e controvoglia, e ha sempre la nausea quindi mi hanno chiesto di controllare che mangi almeno qualcosina.
Arrivo a tavola coi ravioli
Bimba (sorridendo): “Sai che io se mangio mi viene la nausea? Quindi io non mangio niente! Posso?”
Io: “Certo che puoi, la pancia è la tua, se non vuoi mangiare non mangiare.”
Bimba: “DAVVERO!?!?”
Io: “Certo!”
Bimba: “Mi dai i ravioli?”
E fu così che Bimba si mangiò 2 piatti di ravioli, due di patate arrosto e la macedonia.

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Lupi

Una classe con la quale sto lavorando mi ha fatto una domanda impegnativa: cosa ne penso dell’abbattimento selettivo dei lupi.

Oggi, non senza difficoltà, gli ho risposto, tirando fuori libri, studi, statistiche, siti internet e quant’altro. Ho cercato di esporre il mio pensiero a riguardo.

Se vi interessa lo trovate qui:

 

“Ciao Ragazzi!

Devo dire che la vostra domanda sull’abbattimento selettivo dei lupi mi ha molto colpito.

Ho pensato a lungo prima di rispondervi, perché questo è un argomento molto delicato e complesso e non è stato facile trovare un modo abbastanza chiaro di esporlo.

Premetto che, per quanto io ci viva in mezzo (ai lupi), non sono una grande esperta, e per quanto abbia letto molto sull’argomento e mi sia documentata, quella che vi scrivo rimane comunque una mia opinione (anche se i fatti di cui parlo sono tutti documentati).

Preparatevi, perché sarà una lettera lunga e difficile!

 

Dunque, io inizierei col dire che l’estinzione di una specie animale è, in generale, una grossa perdita per il nostro pianeta, e quindi andrebbe evitata, per quanto possibile.

Il Lupo Appenninico è stato portato quasi all’estinzione dai nostri antenati, e ne sono rimasti pochissimi esemplari, fino a quando, nei primi anni ‘70, è iniziato il programma di protezione della specie.

Da allora la popolazione di lupi è aumentata moltissimo in italia, anche se, in questo momento non si riesce a capire esattamente quanti lupi ci siano.

 

Qui la questione inizia a farsi più complessa: perché non sappiamo quanti lupi ci sono?

Fino a qualche anno fa, la Comunità Europea, stanziava moltissimi soldi per studiare e proteggere il lupo, ora sono diversi anni che ci sono meno soldi e non si fanno censimenti veri e propri. Così possiamo fare solo delle stime: c’è chi dice che ce ne sono 1500 in tutta italia, e  chi dice perfino 4500.

Ma siamo sicuri che siano troppi?

Perché, in fondo, il punto è proprio questo: se sono troppi ne va diminuito il numero perché altrimenti influiscono negativamente sull’ecosistema, giusto?

 

Ma ora facciamo un passo indietro: vi siete mai chiesti come mai i lupi siano stati portati all’estinzione dall’uomo?

 

So che è opinione comune che l’uomo sia un essere cattivo e malvagio e che se la sia presa coi lupi, così, perché gli stavano antipatici.

Ma non è così: da che si ha memoria (i primi documenti scritti in Italia risalgono al 1200), i lupi sono sempre stati un grave pericolo per gli uomini: al contrario di ciò che probabilmente avete sentito in giro, i lupi attaccavano le persone e se ne cibavano, abbastanza spesso. Ci sono moltissimi documenti storici che attestano questi avvenimenti: era frequente che, nelle campagne, molto più spesso in pianura che in montagna, branchi di lupi predassero esseri umani. Dovete sapere che fino a metà dell’800 i contadini potevano difendersi praticamente solo con falci e forconi, e si sentivano parecchio impotenti rispetto a questo predatore che non solo gli mangiava gli animali, ma anche i figli.

So che detto così può fare un po’ paura, infatti di solito nessuno ne parla, ma sono fatti storici che ci servono per capire cosa sta succedendo ora.

Quindi, quando a metà del 1800 circa, ci fu una diffusione capillare delle armi da fuoco (cioè chiunque poteva comprarsi e utilizzare un fucile) la gente iniziò a sparare all’impazzata e a far fuori tutti i lupi che trovava.

In quel momento, esasperati dalle terribili esperienze vissute, gli uomini erano preoccupati più della propria sopravvivenza che di quella della specie lupo. Anzi, sono certa che se ci fossero riusciti, sarebbero stati ben contenti di portarli all’estinzione!

 

Fortunatamente per la nostra biodiversità, però, questo non è successo.

Per la teoria dell’evoluzione di Darwin, si sono salvati quegli esemplari più schivi e paurosi che difficilmente si avvicinavano agli esseri umani. Finendo così per trasmettere questa caratteristica.

 

Per molti anni, quindi, i lupi rimasti, sono stati davvero molto lontano dall’uomo, di madre in figlio si sono tramandati la paura dell’uomo, fino a quando l’uomo non ha gradualmente smesso di rappresentare per loro un pericolo.

Infatti, da quando il lupo è protetto, per quanti episodi di bracconaggio possano esserci stati, non capita più che se un lupo si avvicina alle case venga ucciso. Viene ucciso con bocconi avvelenati, trappole, o anche a fucilate, ma non in prossimità di zone antropizzate (visto che è vietato dalla legge l’uomo lo fa di nascosto, nel folto del bosco).

Questo ha portato, negli anni, ad un sempre maggiore avvicinamento del lupo alle zone abitate dall’uomo, e a sempre più frequenti predazioni sugli animali domestici.

 

Ora, credo che uno dei problemi più grossi, se non forse l’unico, sia questo: i lupi uccidono gli animali che noi alleviamo.

 

E perché questo è un problema?

 

Secondo me questo rappresenta un problema perché gli allevatori, soprattutto quelli che fanno pascolare i propri animali, sono i veri custodi del territorio. Quassù in montagna, dove ormai gli enti pubblici non possono più permettersi di fare manutenzione ai ruscelli, ai boschi, alle strade forestali, gli allevatori sono coloro che, col loro lavoro quotidiano, mantegono il territorio: fanno in modo che i corsi d’acqua rimangano puliti dagli arbusti e non esondino portando detriti a valle, sono quelli che incanalano le acque superficiali facendo in modo che non vadano a creare frane, sono quelli che mantengono puliti i pascoli e il sottobosco diminuendo così il rischio di incendi. Ebbene, queste persone traggono il loro guadagno (minimo) dall’allevamento, e le predazioni dei lupi, sempre più frequenti e abbondanti, rischiano davvero di costringerli a smettere di allevare. E se loro smetteranno di allevare e saranno quindi costretti a lasciare le montagne alla ricerca di un altro lavoro, chi si prenderà cura del territorio?

 

Qui si inserisce un’altra questione: è possibile difendere il bestiame dai lupi senza recare danno al lupo?

 

Sì, teoricamente è possibile, ma ognuno dei metodi che ci vengono proposti ha alcune controindicazioni ed in alcuni casi è davvero impossibile.

 

Reti elettriche: è vero che il lupo non oltrepassa una rete elettrica, ma purtroppo capita spesso che i lupi spaventino talmente tanto le pecore che siano le pecore stesse a sfondare la rete, per paura, e diventino così facile preda (Come è avvenuto ad esempio a Rocca Susella, qui vicino a noi, nel febbraio del 2014, quando un branco di lupi ha fatto uscire le pecore dal recinto elettrico e ne ha uccise 40).

 

Cani da guardiania: come sapete anche noi abbiamo 3 pastori maremmani che difendono le nostre pecore, però può accadere che i lupi siano più numerosi dei cani, ad esempio e che quindi, mentre alcuni lupi combattono coi cani, altri lupi uccidano il bestiame (come è successo a noi); oppure può capitare che i lupi uccidano i cani stessi. Può capitare inoltre che, in alcune zone, non sia possibile tenere i cani perché frequentate da turisti ed i cani da guardiania tendono ad avere un atteggiamento aggressivo con gli intrusi e soprattutto con gli altri cani. Inoltre mantenere 3 o 4 cani è molto dispendioso e non sempre un allevatore può permetterselo.

 

In più, mentre fino ad alcuni anni fa, la Comunità Europea destinava fondi a risarcire gli allevatori i cui animali venivano uccisi dai lupi, e fondi per aiutare gli allevatori a mantenere i cani da guardiania ed acquistare le reti elettriche, negli ultimi anni questi fondi sono andati via via diminuendo, e, in questo momento, gli allevatori non hanno pressoché alcun aiuto.

 

Ora, prima di arrivare alla mia conclusione, devo attirare la vostra attenzione su un altro quesito: è vero che i lupi predano il bestiame domestico perché non ci sono abbastanza prede selvatiche?

 

No, non è assolutamente vero. Si sente spesso obiettare che i poveri lupi siano costretti a cibarsi dei nostri animali perché l’uomo ha sterminato le sue prede abituali. Ma voi sapete benissimo quanti daini, caprioli, cinghiali, lepri ci siano nei nostri boschi, quindi non è per carenza di fauna selvatica che i lupi predano il bestiame domestico.

E perché quindi?

Ma perché è più facile! Non sono mica scemi, i lupi, vuoi mettere cacciare un cinghiale, con quelle zanne taglienti, o un capriolo che corre velocissimo e si allerta al minimo rumore, rispetto a cacciare una pecora un po’ sciocca che rumina dormicchiando e corre come un bradipo?

E se, in più, non c’è nessuno a difenderle queste pecore, certo che è molto conveniente!

 

E qui si torna alla domanda iniziale: il problema è davvero che i lupi sono troppi?

 

A questo punto potete facilmente capire che no, non è questo il problema, i lupi non sono troppi (per ora), perché di prede selvatiche ce ne sarebbero a sufficienza per sfamarli tutti. Il problema è che i lupi non hanno paura dell’uomo, che si avvicinano alle stalle ed in alcune occasioni ci sono pure entrati, che quando un pastore interviene in difesa del suo gregge, rigorosamente, per legge, disarmato, capita sempre più spesso che i lupi, anzichè scappare, portino tranquillamente a termine la predazione e si fermino anche a mangiare davanti al povero allevatore impotente, a volte anche ringhiadogli. (Anche di questo ci sono esperienze recenti documentate).

 

Ecco, questa è, in sintesi, la situazione odierna di uomini e lupi.

 

Quindi ora posso rispondere alla vostra domanda:

“cosa ne pensi della decisione di alcune regioni di sopprimere i lupi?”

Penso che sia un provvedimento inutile aprire la caccia di selezione, un’attività nella quale qualsiasi cacciatore, pagando, può avere la possibilità di abbattere un lupo in una determinata zona. Questo perché, appunto, i lupi non sono troppi (per ora).

 

Penso invece che sarebbe utile, come accade in altre aree geografiche, consentire agli allevatori di difendere i propri animali, se necessario sparando ai lupi, con l’obbligo di un primo sparo di avvertimento in aria. In questo modo verrebbero uccisi solo quegli esemplari che realmente creano problemi e possono essere pericolosi perché si avvicinano troppo all’uomo. Inoltre, in un branco di lupi, quando un membro viene ucciso, gli altri capiscono subito la correlazione tra quella perdita e la presenza dell’uomo e quindi sicuramente inizieranno a temerlo di più e di conseguenza a girargli alla larga.

 

Secondo me una convivenza tra uomini e lupi può avvenire solo se impariamo entrambi a dividerci gli spazi e a rispettare gli spazi dell’altro. Noi non dovremmo andare nel bosco a caccia di lupi e loro non dovrebbero venire a cacciare nei pascoli.

Ecco.

Ci sarebbero ancora moltissime cose da dire, ma credo che per oggi basti così. Avrete già moltissimo materiale su cui riflettere!

Ma se avete delle domande sarò molto felice di rispondere.

 

a presto

Caterina”

 

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Taro e le sue pecore

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Taro col collare protettivo

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Taro e gli agnelli

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Taro e le sue pecore, versione estiva

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Una delle nostre pecore predata dai lupi. Nella stessa notte e nella giornata successiva, altre 3 pecore furono uccise. Una non fu più trovata.

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Buon viaggio Bat

Giornata iniziata con due imprevisti. Già complicata alle 8 di mattina.

 

Suona il telefono, è un caro amico che mi chiede di andare a vedere il suo cavallo che sta male.

 

Corro, mio malgrado, perchè amo il cavallo e stimo molto il padrone.

 

Bateur è in piedi dietro un albero, su una riva scoscesa e piena di spine. Il padrone lo guarda dalla macchina, dal basso, in ansia, senza capire cosa stia succedendo. Non può scendere dalla macchina se non con una sedia a rotelle, impensabile su quel terreno scosceso.

 

Sono partita da casa portandomi del buscopan, chè dalla descrizione che mi aveva fatto sembrava una colica. Ma no. Il cavallo è in piedi, non si è nemmeno rotolato, è pulito.

 

Ha una gamba a riposo ma non sembra rotta, gliela tocco tutta, lui sposta un po’ il peso, non sembra che gli faccia male.

 

Ha la testa bassa e il collo leggermente flesso di lato, la lunghissima criniera nera tocca quasi terra. Il manto è bagnato di pioggia. Lo accarezzo, la fronte è quasi completamente bianca per l’età avanzata. Sembra tranquillo, ma non si muove assolutamente.

 

Io ed il ragazzo che lavora per il mio amico tagliamo le spine tutt’attorno a Bateur, ci vuole molto tempo perchè sono fitte e tenaci. Apertagli la strada davanti gli metto la capezza e lo tiro, lui vacilla. Sembra che gli manchi l’equilibrio, fa fatica a raddrizzare la testa.

 

Non capisco.

 

Fa due passi, barcolla, si sposta, scivola. Approda su un piccolo spiazzo un po’ più pulito e in piano. Chiamo il veterinario, anche se è sabato ed è ora di pranzo. Lo chiamo lo stesso perchè so che lui c’è sempre.

 

Mente gli parlo percorro il cavallo con gli occhi alla ricerca di un segno per capire.

 

“No, non ha nulla di rotto, poggia tutti e quattro i piedi senza dolore…”

“No, non ha una colica, è pulito e non si agita…”

 

Potrebbe essere una paresi da freddo “sì, forse, ha il collo rigido…”

Ma chi vogliamo prendere in giro? E’ un merens, ha passato 26 inverni in montagna in mezzo alla neve, ha un pelo da far invidia a un orso, non si può bloccare così per un torcicollo!

 

Risalgo il collo con lo sguardo, gli do un pezzetto di pane, lo mangia.

 

“Sì, mangia… Aspetta! Aspetta Beppe, oddio, gli occhi. No…”

 

In un attimo arriva la consapevolezza, la comprensione che avrei voluto non avere: è un problema nervoso, gli occhi si muovono a scatti ritmici, senza vedere.

 

Il veterinario arriva “Lesione cerebellare”.

 

Rimango sotto l’acqua, con la lunghina rossa in mano, totalmente inutile perchè tanto Bateur non se ne va, e non se ne andrà mai con le sue zampe.

 

Non c’è cura, non c’è speranza.

 

Lo mettiamo a dormire.

 

Ha vissuto una vita felice, libero, amato.

 

Io e il suo padrone piangiamo, le nostre sofferenze una accanto all’altra. Che pianto sciocco.

 

Lui si addormenta sereno, quasi sorridendo e noi che siamo vivi lo piangiamo.

 

Buon viaggio Bat.

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L’Ultima

Quando sono arrivata alla Fattoria c’erano 60 cavalli.

40 merens, neri e lucidi, e altri 20.

Li ho amati dal primo momento che li ho visti, forse anche da prima. Ho imparato a riconoscerli dagli occhi, dalla linea del naso. In tutto quel nero omogeneo non era facile, sembravano tutti uguali. E invece no, erano diversissimi, è stato come se, lentamente, col passare dei giorni, i miei occhi avessero acquisito una nuova abilità: quella di distinguere i loro lineamenti. Ma non solo quelli, probabilmente il mio cuore ha imparato a distinguere le vibrazioni di altri cuori, cuori di cavalli.

Ho vissuto con loro molti anni, i momenti più intensi della mia vita, la loro energia era palpabile e riempiva le nostre vite in ogni secondo.

Poi in un giorno molto triste, che ricorderò per sempre, Embrun, lo stallone dell’allevamento, ci ha lasciati. Abbiamo smesso do allevare, non solo per quello, ma quello è stato il segno ultimo che la nostra strada era cambiata.

Così abbiamo iniziato a vendere i cavalli, abbiamo cercato una nuova casa per ognuno di loro, si sono dispersi per il mondo, per fortuna quasi tutti con persone che li hanno amati quanto noi.

Questo processo è durato diversi anni e ieri si è concluso: è partita l’ultima cavalla dell’allevamento dell’Aurora, Volgà dell’Aurora.

Forse solo perché era l’ultima ad andarsene, forse perché era l’ultima puledra nata alla Fattoria, forse perché lo era davvero, Volgà mi è sempre sembrata speciale. Grossa ma delicata, allegra e fiduciosa.

Le ho trovato un posto bellissimo dove andare, dove starà con altri 2 suoi fratelli arrivati là negli anni scorsi per vie traverse, ho trovato una brava persona che sono certa saprà amarla. O forse è la brava persona che ha trovato una cavalla da amare, non saprei dire.

Comunque, fatto sta, che ieri ho preso Volgà, le ho tolto la campana del pascolo e l’ho portata al camion.

Ho visto caricare ed ho partecipato al caricamento di tanti cavalli negli ultimi 12 anni e la maggior parte delle volte sono scene di tensione, nelle quali si rischia di farsi male, c’è rumore, fretta, concitazione.

Ieri non volevo che fosse così, ma avevo il cuore in gola, perché lei era l’Ultima.

Sono stata felice che non ci fosse il Teo, che di solito si agita e perde la pazienza, a caricarla sul camion. Ho fatto da sola, in silenzio, con un trasportatore tranquillo e discreto che se ne stava in disparte e ogni tanto mi sorrideva per rassicurarmi.

Volgà mi ha seguita, tranquilla come sempre, curiosa di sapere dove stessimo andando. Arrivate alla pedana del camion io sono salita senza esitare, lei si è fermata, mi ha chiesto: “Ma sei proprio sicura di ciò che fai? Dobbiamo andare lassopra? No, perché a me non sembra un posto tanto sicuro: traballa e fa rumore…”

Allora le ho spiegato che non c’erano pericoli, che era strano ma che non l’avrei mai portata se non ne fossi stata certa.

Nel convincerla mi sono state d’aiuto alcune mele selvatiche.

Lei non era mai salita su un trasporto, mai. Nata libera al pascolo e vissuta libera tutta la vita, mai nemmeno entrata in stalla, mi ha seguita verso l’ignoto fidandosi di me per qualche ragione a me oscura.

Alla fine ha messo i piedi sulla pedana traballante, mi ha guardata, ha annusato per terra, ha annusato me ed è salita. Il trasportatore ci ha chiuse dentro, le ho tolto la cavezza lasciandola libera, ci siamo guardate e baciate ed io sono scivolata fuori dal camion e dalla sua vita, con un movimento fluido del quale non credevo sarei stata capace, dalla porticina laterale.

L’ho guardata allontanarsi nel camion, agitata e preoccupata, mi cercava.

Naturalmente ho pianto.

Sono felice di dove sta andando: è un bel posto, starà bene.

Non ho potuto spiegarglielo ma credo lo scoprirà presto.

Buon viaggio Volgà.

 

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